Intervista di Luca Beatrice

Romantico

una conversazione tra Luca Beatrice e Marco Tamburro

Luca Beatrice: Quando comincia la storia di Marco Tamburro pittore? Si può utilizzare l’espressione “figlio d’arte”?

Marco Tamburro: Mio padre Antonio è un pittore e avere un padre artista è difficile ma stimolante. Forse all’inizio non avrei voluto fare il pittore, lui d’altra parte non mi incoraggiava, mi diceva: “lascia perdere l’arte, fai il pubblicitario!”. I primi lavori, infatti, li firmavo con un alias. Da giovane, in ogni caso, non ero interessato alla pittura, ero sì piuttosto creativo ma decisamente confuso: ho iniziato a studiare architettura a Firenze, poi ho frequentato il DAMS a Bologna e l’ISIA a Urbino. Alla fine degli anni Novanta mi sono trasferito a Milano e mi sono iscritto al corso di Scenografia all’Accademia di Belle Arti.

LB: Chi è stato il tuo insegnante a Brera?

MT: Ho studiato con lo scenografo Angelo Ghiraldi. Oltre a frequentare le lezioni, lavoravo come assistente per diversi fotografi. Ai tempi si utilizzava ancora l’analogico. La fotografia è stato il mio primo amore, ha influenzato – e tuttora influenza – la mia ricerca sul colore e sul bianco e nero. La pittura è arrivata in un secondo momento. Negli stessi anni ho venduto il primo quadro a un ricco imprenditore, era il padre di una ragazza che frequentavo. Mi disse: “lo compro perché mi piace, non perché stai con mia figlia.”.

LB: A quanto l’hai venduto?

MT: Centocinquantamila lire. All’epoca i prezzi per i giovani artisti erano più o meno questi e i galleristi compravano interi blocchi di quadri con quattrocento, cinquecentomila lire e con quei pochi soldi ti sembrava di essere diventato ricco. Quando li finivo, andavo a trovare un collezionista che abitava in Via Margutta, a Roma. Gli portavo a vedere i quadri appena finiti, a lui piacevano molto e me li comprava sempre.

LB: Che cosa ti ha spinto a trasferirti a Roma?

MT: Ero attratto dal mondo del teatro o forse ero troppo giovane per capire una città competitiva come Milano. Non so se avrei fatto lo stesso oggi. Quando sono arrivato a Roma ho iniziato a cercare lavoro a Cinecittà, ma gli scenografi erano già stati rimpiazzati dagli architetti e dalla progettazione digitale.

LB: In che quartiere abitavi?

MT: Ho condiviso per anni un appartamento alla Balduina, a Roma, poi mi sono trasferito in centro. Erano anni molto belli, ero pieno d’entusiasmo e ambizioso. Volevo dimostrare a mio padre di poter diventare un artista. 

LB: E poi a Roma ci sei rimasto rimasto a Roma in pianta stabile.

MT: Sì, ormai da venticinque anni, Roma è una città estranea, ma allo stesso tempo capace di accogliere tutti.

LB: Nella tua biografia compaiono anche altre città. Perugia è una di queste. 

MT: Sono nato e ho vissuto a Perugia fino all’età di diciannove anni, ma non sento un legame forte con la città, è un luogo freddo, poco permeabile al contemporaneo. 

LB: Però l’accento ti è rimasto. Quale è stata la tua prima mostra importante?

MT: Il mio esordio alla fiera di Padova del 1999. Mi feci prestare il nome da una galleria perché non poteva apparire con il mio. che non era possibile. Pagai lo spazio di tasca mia e portai quindici quadri. Ne rimase invenduto soltanto uno che venne poi acquisito dalla Galleria Arte Segno. In fiera esponeva anche mio padre con la sua galleria. Quando passò allo stand mi disse: “forse questo lavoro lo puoi fare davvero!”. Non dimenticherò mai le sue parole, fu davvero commovente. 

LB: Quindi Arte Segno fu la tua prima galleria “vera”.

MT: Un rapporto all’insegna dei viaggi. Caricavo i quadri in macchina e li portavo a Udine e Treviso, nelle due sedi della galleria. Facevo spesso tappa a Venezia, mi davo ai bagordi, poi tornavo a Roma. Vivevo questa strana routine con estrema naturalezza. Oggi sarebbe tutto diverso.

LB: A un certo punto, nonostante questa tua vena romantico-anarcoide, entri nel sistema dell’arte. Quando pensi sia avvenuto questo passaggio?

MT: È difficile rintracciare un momento preciso e non so dirti se sono veramente entrato nel sistema. Ho venduto molti quadri, il mio lavoro è entrato in tante case italiane, ho fatto qualche mostra all’estero e ottenuto un discreto successo. Non so se sono stato capace di gestirlo al meglio. Avrei potuto inseguire un apparato più sofisticato, intellettuale, con gallerie ricercate, ma ho preferito prendere un’altra direzione. Mi sono divertito, ho guadagnato, mi sono esposto come artista e sono stato “selvatico” per via del mio carattere. Forse, in certe occasioni, avrei potuto essere più diplomatico, ma non importa. Sono soddisfatto del mio percorso. Facendo pittura mi sono rivolto a un pubblico più ampio. 

LB: Credi che la pittura sia più comunicativa di altri linguaggi?

MT: Oggi l’arte ha una direzione sempre più elitaria e si rivolge a un pubblico ristretto. Questo non credo sia giusto. Penso invece che la mia pittura sia comprensibile da un pubblico di esperti e non; la può apprezzare un critico come il macellaio di via Laurinama anche chi non conosce bene l’arte..

LB: Il tuo modo di dipingere è sperimentale, eppure certi soggetti tornano sempre. È come se un ciclo non arrivasse mai a esaurirsi davvero, è un metodo tipico dei pittori il ritornare sulle cose e non considerarle esaurite.

MT: Molti soggetti sono cambiati, altri invece sono rimasti. In venticinque anni di lavoro sento di aver raggiunto un’identità pittorica. In occasione di questa mostra al MAXXI ho ripreso alcuni temi sui quali ho iniziato a lavorare vent’anni fa. Non sono mai stato veramente cosciente di ciò che facevo e non escludo l’idea di avere agito di istinto. 

Non mi sono imposto regole rigide perché credo che la libertà sia fondamentale nel processo creativo. Quando sei giovane e vedi i primi guadagni, le prime mostre, corri il rischio di cavalcare l’onda del successo. In questo senso il mercato influenza molto la sperimentazione. Quando si entra a fare parte del sistema la paura di perdere la propria identità è forte.

LB: Il teatro è uno dei temi più ricorrenti nel tuo lavoro.

MT: Il teatro è una metafora dell’esistenza, cerco di raccontarla ironicamente attraverso la pittura. Le mie opere contengono sempre un messaggio e io fornisco la chiave per interpretarlo. All’interno puoi leggerci la vita, la solitudine, l’entusiasmo, la paura.

LB: E il gioco?

MT: Anche il gioco corrisponde in qualche modo alla vita. Si bluffa, ci si rialza, si passa, si bara, un azzardo. È un meccanismo in continuo movimento, come la ruota del luna park che non smette mai di girare. 

LB: Un altro tema con cui ti misuri spesso è la città. Roma è composta da tanti piccoli quartieri che formano una metropoli incredibile. Quando la racconti ne restituisci indubbiamente un’immagine nevrotica e ansiosa. Tu sei nevrotico?

MT: No, non direi. Roma è nevrotica, ma io la vivo come se fosse un paese di mille abitanti. I miei quadri prendono ispirazione dal mondo. Nel 1996 dipingevo New York senza esserci mai stato, però la immaginavo proprio così. Molte persone mi dicevano: “conosci bene New York!”, io rispondevo: “Veramente non l’ho mai vista.”.

LB: Se è per questo Emilio Salgari non è mai stato in Malesia, ha sempre vissuto a Torino, in corso Casale. Si è inventato la giungla, i pirati, le isole.

MT: Molte città sono icone nella mia fantasia. Roma, ad esempio, è affascinante per il contrasto tra passato e presente: il Colosseo e poi la periferia, un arco romano e un palazzone. Il caos vive dentro di noi, lo si può raccontare in qualsiasi condizione. Dipingo New York anche quando sono in montagna, isolato nella natura. Non necessariamente devo osservare ciò che dipingo.

LB: Nel tuo lavoro il bianco e nero domina indubbiamente sul colore. È un rapporto abbastanza sbilanciato.

MT: Ho una sorta di legame affettivo con il bianco e nero. Il colore è una sperimentazione ed è sicuramente marginale rispetto al resto: un dado rosso, una poltrona gialla… Non farò mai quadri estremamente colorati, anche se il colore mi incuriosisce molto.

LB: Perché?

MT: Credo influisca ancora l’amore per la fotografia analogica, per la pellicola. Il bianco e nero è più diretto, più efficace per il mio racconto, mi permette di restituire un’atmosfera più calda e personale.

LB: Scorrendo tra le pagine di un tuo libro, ogni tanto si trovano dei brani musicali. Che importanza ha la musica nella tua vita d’artista?

MT: La prima cosa che faccio quando arrivo in studio è accendere l’impianto. Cammino per la città con le cuffie, penso, bevo un bicchiere di vino e  il quadro è fatto. Quando inizio a dipingere so già quale sarà il risultato. È tutto lì, nella mia testa. Intervengo direttamente sulla tela, non faccio mai bozzetti né disegni, mi sentirei troppo vincolato. Il quadro è elementare, non si fa in studio ma per strada. Senza musica non riuscirei a pensare. Ascolto di tutto, a seconda dello stato d’animo: Beethoven, Led Zeppelin, Mina, Luigi Tenco…

LB: In fondo sei davvero un romantico.

MT: Sì, lo ammetto. Sono buono e romantico. Non so se sia una fortuna o una sfortuna. Penso di essere fuori tempo. Mi sarebbe piaciuto vivere tra XIX e XX secolo a Parigi, con Maurice Utrillo, Amedeo Modigliani, Charles Baudelaire. 

LB: Sì ma cent’anni fa non avremmo potuto fare questa call! Tra le tue referencele tue fonti di ispirazione citi Albert Camus “Soltanto la musica è all’altezza del mare”. Aggiungo, vedere una vela con gli occhi di Tamburro.

MT: È il progetto Arte in mare. Ho dipinto le vele di un catamarano e l’ho messo in acqua. È un lavoro che vorrei riprendere per quanto mi ha emozionato. 

LB: Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

MT: Mi piacerebbe portare un mio quadro nello spazio, a bordo di una navicella spaziale e sganciarlo una volta in orbita. Qualche anno fa ho dipinto sott’acqua e vorrei ripetere quest’esperienza. Ho tante velleità e diverse idee, però lavorando da solo è difficile riuscire a seguire tutti i progetti che mi passano in testa.

LB: Insisti spesso sul fatto che lavori da solo. È una scelta?

MT: Sì, a volte è davvero faticoso, ma dipingere è un atto intimo. Non ho bisogno di assistenti che girano in studio, per lavorare bene mi servono solitudine e concentrazione.

LB: Chiedo spesso agli amici pittori: quando si può considerare finito un quadro?

MT: Non lo so, vorrei dire quando lo decido io. Mi fermo quando percepisco che non c’è più niente da aggiungere. È un equilibrio molto delicato. Basta poco per rovinare tutto. Credo che il talento di un artista stia nel riconoscere quando è arrivato il momento di fermarsi.

LB: Ti capita spesso di buttare dei lavori?

MT: Sì, se non vengono li scarto senza troppe paranoie. E poi mi dàa fastidio avere quadri in studio. Preferisco stare in un ambiente “incontaminato”.

LB: Ricordo sempre le parole di Salvo come un monito: “se nello studio di un artista ci sono più di tre quadri allora c’è qualcosa che non va”. Da lui c’era sempre un solo quadro, quello su cui stava lavorando, gli altri erano stati portati via da mercanti, galleristi, collezionisti.

MT: Salvo aveva ragione, non bisogna mai tenere troppe cose, può essere rischioso. È facile contaminarsi o fare dei paragoni. Quando finisco un quadro cerco sempre di farlo uscire dal mio studio.

LB: Ognuno di noi ha dei punti di riferimento. Quali artisti hanno inciso nella tua formazione culturale?

MT: Ti rispondo con sincerità. Ho studiato la storia dell’arte e i suoi maestri – Caravaggio, Henri de Toulouse-Lautrec, Marcel Duchamp, Man Ray – ma a un certo punto ho deciso di percorrere una strada autonoma. non continuare più per non farmi influenzare. Non ho mai avuto riferimenti precisi. A posteriori posso dire di sentirmi vicino a Emilio Vedova.

LB: Anche io ho pensato a Vedova. Credo che tu abbia un punto in comune – probabilmente inconscio – con Mario Schifano. Lui intendeva la pittura come una palestra.

MT: E anche lo stile di vita. Quando ero giovane mi auguravano di non fare la sua stessa fine. Poi ho avuto due figli e mi sono ripreso. Sicuramente condivido con Schifano la gestualità, lo sforzo, l’allenamento costante. Un pittore dovrebbe passare la maggior parte del tempo in studio, a volte è meglio fare dei quadri brutti piuttosto che non farli proprio.

Picasso, ad esempio, lavorava sempre, faceva diversi quadri al giorno. Era un grande imprenditore.

LB: Lavorava soprattutto di notte. Tu a che ora dipingi?

MT: Nelle ore diurne. Ho bisogno di sentire il rumore della città. Potrei dipingere ovunque, anche in mezzo alla strada, l’importante è che non ci sia silenzio intorno. L’ideale per me sarebbe dipingere nel centro di New York, a mezzogiorno. Il caos mi distoglie dall’intimità.

LB: La mostra al MAXXI si intitola Gemelli ed è dedicata ai tuoi figli di appena due anni. La paternità ti ha cambiato la vita? 

MT: Avere dei figli è un’esperienza che ti completa, quando guardo i gemelli penso che siano il mio quadro migliore, anche se è stato fatto in collaborazione, a quattro mani. Avere dei figli è faticoso, ti distoglie dall’arte, ma ti dà energia. Questa mostra arriva proprio nel momento giusto. 

LB: E nel museo d’arte contemporanea più importante in Italia. 

MT: È un traguardo. Spesso penso di non meritarmi ciò che mi accade, sono molto autocritico. Questa mostra è arrivata dopo tanti anni di lavoro, ora spetta agli altri giudicare se me la sono meritata oppure no. Voglio giocarmela e sono davvero contento. 

LB: È la prima mostra al MAXXI anche per me. Ce la giochiamo insieme, sono cose che hanno sicuramente un significato.

Marco Tamburro

Seguimi